IMMAGINE & FOTOGRAFIA

 

 

IMMAGINE, COMUNICAZIONE, FOTOGRAFIA, ARTE

Il contributo dell’immagine nella formazione del linguaggio

nella comunicazione e nell’Arte.

 

INTRODUZIONE

Il lavoro che vi presento richiede qualche precisazione in merito agli intendimenti ed alle finalità che lo hanno motivato.

 

Il contributo che la fotografia ha portato allo sviluppo della nostra cultura in meno di due secoli è stato così grande, ma anche tanto discreto, che si incontrano molte difficoltà a coglierne la dimensione.

Per renderci conto dell’enorme, insostituibile, contributo che la fotografia ha portato alla diffusione della conoscenza e della cultura ed in quale misura ha inciso nella nostra vita  rendendo possibile il raggiungimento di straordinari traguardi è indicativo lo sviluppo dell’astronomia che può chiarirne con maggiore evidenza l'intervento.

 

Ancora agli inizi del XX secolo si ignorava esistessero altre galassie oltre la nostra Via Lattea e la stima delle distanze dell’orizzonte esplorato non andava molto oltre la cinquantina di anni luce. L’orizzonte attuale supera i 12-13 miliardi di anni luce, popolato da decine di miliardi di galassie.

Il progresso è stato reso possibile dalla disponibilità di una moltitudine di grandi telescopi e dai progressi dell’ottica, ma anche guardando il cielo coi più sofisticati strumenti non riusciremmo a vedere che una piccolissima percentuale della popolazione stellare, oltre tutto entro un angolo di campo estremamente ridotto. Soltanto la fotografia con riprese multiple, lunghe esposizioni (da decine di minuti a parecchie ore), l’impiego di filtri ed emulsioni speciali e, più di recente, sensori elettronici di vario tipo, consente di raccogliere, in tutta la banda delle emissioni elettromagnetiche, ben oltre la finestra del visibile, una moltitudine di immagini che elaborate successivamente al computer e composte a mosaico, riescono a mostrarci stelle e galassie che l'occhio non può cogliere fornendoci un quadro progressivamente più dettagliato del nostro Universo.

 

Un ulteriore clamoroso esempio è rappresentato dell’esplorazione denominata “Hubble’s deepest View of the Universe”, intrapresa dal telescopio spaziale. Nell’immagine "Hubble Ultra Deep Field", ottenuta assemblando 800 immagini, riprese con una esposizione totale di oltre 280 ore nel periodo dal 24 settembre 2003 al 16 gennaio 2004, ha permesso di scoprire in un campo di poco più di 3 minuti primi quadrati, (circa 1/10 del diametro della luna piena), un assortimento di 10.000 galassie a vari stadi di evoluzione.

La maggior parte di queste galassie di magnitudine prossima a 30 sono circa quattro miliardi di volte meno luminose delle stelle appena visibili ad occhio nudo; la debolissima luce che proviene dalle più distanti ci giunge alla cadenza di un fotone al minuto.

 

 

Oltre all’astronomia, considerata come primo elemento di valutazione dell’intervento qualitativo e quantitativo della fotografia, proviamo a pensare come potrebbero essere oggi l’informazione, l’insegnamento, l’industria, la geografia, la geologia, la fisica atomica, la microscopia, l’esplorazione spaziale senza la fotografia o come la medicina senza la radiografia, e tutte le sue derivazioni, avrebbe potuto conseguire i successi raggiunti.

Senza parlare dell’intrattenimento e della pubblicità che di immagini vivono.

 

Mi occupo di fotografia fin dall’età di 13-14 anni spinto dal fascino che esercita su di me ed ho cercato di svelarne tutti i segreti approfondendo i problemi tecnici in cui è coinvolta, gli strumenti impiegati, il suo linguaggio e le sue potenzialità espressive.

Le difficoltà maggiori nello studio delle sue caratteristiche le ho incontrante quando, allo scopo di trovare una chiave che consentisse di interpretarne il linguaggio senza fraintendimenti, ho cercato di comprendere le modalità che rendono la fotografia capace di comunicare interagendo con la nostra psiche .

 

Non è chiaro che cosa motivi lo straordinario successo della fotografia. Le spiegazioni portate fino ad ora per giustificarne le potenzialità risultano, ad una approfondita analisi, superficiali ed incomplete perché non tengono conto del rapporto tra la raffigurazione e la sua percezione. Per trovare la connessione che consente all’informazione di fluire tra figura e mente ho dovuto allargare l’indagine a tutto il campo dell’immagine con qualunque mezzo sia stata realizzata.

 

Con sorpresa ho dovuto constatare che la “Civiltà dell’immagine” non è nata, come siamo avvezzi a pensare, dopo l’avvento della fotografia e di tutte le sue derivazioni ma che in realtà tutta la nostra civiltà è stata generata e modellata dall’immagine.

 

Anche se gli indizi sono molto labili non lasciano spazio ad ipotesi diverse: l’immagine deve essere nata con una lunga gestazione subito dopo che la nostra specie si è evoluta dagli ominidi che l’hanno preceduta ed è stata uno dei motori più efficienti della nostra cultura rendendola possibile ed accompagnandola lungo tutto il suo percorso evolutivo.

 

Le più recenti ricerche svolte da Andrew Colin Renfrew, uno dei maggiori e più innovativi archeologi ed antropologi inglesi,  sull'origine del pensiero simbolico considerato il germe dell’intelligenza dell’uomo lo portano a sostenere nel suo ultimo libro: "Figuring It Out: Parallel Visions of Artists and Archaeologists" che l'uomo pensa primariamente per immagini e che solo l'evoluzione della civiltà ci ha abituati a pensare e ad esprimerci con le parole. D’altra parte anche le parole, siano fonemi o simboli, richiamano delle immagini o dei concetti che da queste, direttamente o indirettamente, derivano.

Una ulteriore conferma della profonda connessione tra immagine e pensiero viene dai nostri sogni: quando la mente è libera dalle costrizioni della volontà e delle convenzioni torna alla sue originarie tendenziali funzioni popolandosi di immagini.

 

Non ostante siano trascorsi 2000 secoli dalle più lontane origini, l’efficacia dell’immagine e le sue modalità di impiego sono rimaste immutate, ovviamente applicandosi nelle forme adatte al livello intellettuale ed alle capacità tecnologiche dell’uomo.

CARATTERISTICHE DELL’IMMAGINE

E’ opportuno, per comprenderne a fondo le caratteristiche, verificare il significato del concetto di IMMAGINE. L’operazione può apparire banale ma se ciascuno verifica il significato che attribuisce al termine ci si avvede che non solo si hanno notevoli difficoltà a precisarlo ma che quando si tenta di farlo si constata una difformità di pareri che rendono il valore del termine nebuloso ed incerto.

 

Nell’ambito della comunicazione l’IMMAGINE è una riproduzione, realizzata con qualunque mezzo, della forma (cioè della superficie esterna) di un oggetto o di un soggetto ad imitazione dell’immagine ripresa dalla nostra vista ed elaborata dalla nostra mente. La riproduzione rappresenta un aspetto istantaneo di una forma che muta in continuazione, per effetto del percorso evolutivo dei soggetti o in funzione del punto di vista da cui vengono osservati gli oggetti. La forma che viene percepita o ripresa non potrà ripresentarsi mai più con le stesse caratteristiche complessive e nelle stesse condizioni. Nemmeno per un oggetto statico potrà essere ripetuta esattamente perché, oltre che osservabile in un arco di 360 gradi quadrati, se anche venisse ripreso dallo stesso punto di vista possono mutare  condizioni di luce, condizioni ambientali o la condizione psicologica dell’osservatore o dell’autore.

 

A maggior ragione è assolutamente irripetibile l’immagine di un soggetto animato che presenta, oltre alle variabili già ricordate per gli oggetti inanimati, innumerevoli variabili proprie non accordabili.

Caratteristica dell’immagine è di essere statica ed inerte, impossibilitata a riproporre l’evoluzione formale dei soggetti. Nemmeno l’immagine nel cinema può riprodurre le trasformazioni formali che emula con una successione di aspetti istantanei della forma mutante.

 

La definizione del concetto di IMMAGINE non è però completa se non precisiamo che la riproduzione della forma di un soggetto non si presenta mai da sola: nel caso più semplice essa è collocata su uno sfondo che può essere a sua volta costituito da altre immagini elementari isolabili.

 

L’importanza dell’immagine singola, capace di informare sulla natura del soggetto, cresce esponenzialmente nel rapporto con lo sfondo e con altre immagini di contorno con le quali evidenzia i rapporti di relazione che legano tra di loro i vari elementi consentendo di comprenderne i legami dinamici ed i percorsi evolutivi.

I rapporti di relazione vengono esaltati od attenuati dalle forme mutanti che assumono valori diversi in funzione della articolazione delle loro superfici così come vengono percepite. Se, ad esempio, consideriamo un piccolo gruppo di persone i rapporti tra di loro vengono percepiti in funzione delle loro espressioni e delle loro reciproche posizioni ma possono mutare radicalmente in funzione della loro gestualità.

 

La definizione del concetto di IMMAGINE permette di comprenderne la funzione, molto più profonda ed incisiva della semplice descrizione formale dei soggetti, di comprenderne le modalità operative ed in presenza di quali circostanze sia in grado di ottenere la massima efficacia nella comunicazione.

Può inoltre dar conto, come vedremo, del legame indispensabile con ogni altro media in grado di fornire gli elementi di informazione che possono esaltarne gli effetti, la carenza o l’esuberanza dei quali motiva ogni difformità interpretativa. 

ORIGINE DELL’IMMAGINE

E CONNESSIONE CON PENSIERO SIMBOLICO E LINGUAGGIO

 

L’immagine o il segno hanno sempre avuto, fin dagli albori della civiltà, una importanza fondamentale nella comunicazione tra gli individui fornendo un valido supporto allo scambio di esperienze fondamentali per l’apprendimento e la formazione culturale.

 

Vi sono alcuni indizi, oltre a tracce comportamentali ancestrali, che l’immagine abbia favorito lo sviluppo del pensiero simbolico e contribuito alla formazione ed alla diffusione del linguaggio  parlato utilizzando la raffigurazione, agli inizi estremamente semplice e stilizzata ed ottenuta anche casualmente per similitudine, in appoggio al significato dei simboli favorendo in tal modo l'integrazione dei singoli nei gruppi tribali e nella nascente società. 

 

(Per l’eventuale approfondimento vedere il sito Internet: http://originedellacivilta.aldopiana.com)

 

E’ molto difficile formulare delle ipotesi su come sia nata la capacità di realizzare delle figure per la straordinaria combinazione delle componenti necessarie: abilità manuale, connessioni neuronali dedicate, capacità di osservazione associativa e di elaborazione simbolica. L’ipotesi più probabile che possiamo formulare è che il “segno” fondante della raffigurazione sia una diretta derivazione della gestualità propria dei primati, da questi già usata in una forma primitiva di comunicazione, compiendo, dapprima casualmente, il gesto a contatto di superfici capaci di registrarne il tracciato.

 

Il processo formativo si è poi sviluppato con una crescita presumibilmente lentissima nel periodo, per noi assolutamente oscuro, dell’infanzia della nostra specie in un periodo di oltre 100.000 anni trascorsi nel luogo d’origine, la Rift Valley tra Kenia e Tanzania. Purtroppo non vi sono reperti di alcun tipo che permettano di seguirne il percorso anche a causa della estrema deperibilità delle tracce che lo sparuto numero di umani ha potuto lasciare. Le prime tracce riconoscibili compariranno soltanto a partire da 50.000 anni fa, dopo 150.000 anni dalla presunta origine della nostra specie.

 

Molto più tardi, nell’arco dell’evoluzione della civiltà, l’immagine è stata anche l’elemento base della scrittura attraverso una successione di passaggi dai segni primitivi alle immagine più definite con significato simbolico, a pittografia, poi ad immagini progressivamente più stilizzate, a scrittura cuneiforme, ideogrammi, sistemi sillabici, fino a giungere alla scrittura alfabetica.

 

Nel corso dei secoli l’immagine ha assunto forme, sia bidimensionali che tridimensionali, spesso monumentali, sempre più perfezionate e sofisticate contribuendo a generare opere d’arte di inestimabile valore ad opera di uomini dotati di capacità e sensibilità altissime.

Molte di quelle opere, e quasi tutte le più antiche, hanno perso per noi il significato simbolico originale mancandoci le informazioni di base connesse alle condizioni ambientali e sociali; quello che di fronte ad esse possiamo provare oggi con certezza è soltanto una ammirazione sconfinata per le capacità tecniche realizzative, pur con l’impiego di mezzi primitivi.

LA FOTOGRAFIA NELLA COMUNICAZIONE

 

  

Con l’avvento della fotografia l’immagine ha conseguito la capacità di autogenerarsi, disegnata direttamente dalla luce, aumentando a dismisura il proprio contributo alla comunicazione e l’importanza che ha assunto è sotto gli occhi di tutti anche se non sempre è immediatamente percepibile l’influenza dell’innovazione tecnologica che propone in continuazione nuove modalità di utilizzo figurativo.

    

L’impiego dell’immagine nella comunicazione parrebbe richiedere il ricorso ad un linguaggio simbolico che attribuisca un significato convenzionale comune alla rappresentazione figurata.

Nel caso della fotografia e delle sue derivazioni (cinema, televisione, animazione, ecc.), ma come vedremo il discorso vale, anche se in forme diverse, per ogni tipo di rappresentazione figurativa, il ricorso alla convenzione sembra quasi del tutto superfluo dando per scontato che l’immagine sia una riproduzione della realtà.

     

Contribuisce a questa interpretazione concettuale l’incontrastato ed inarrestabile successo planetario della fotografia apparentemente senza richiedere l’intervento di una convenzione intenzionale.

E’ venuta in tal modo a mancare, in generale in tutto il campo della rappresentazione figurativa ai fini della comunicazione ma soprattutto in campo fotografico, la necessità impellente di una approfondita analisi critica strutturale.

Per contro nel campo dell’arte figurativa la critica mostra una accurata capacità di analisi formale da cui viene derivata l’analisi dei significati simbolici.

Questo modo di procedere non è però così razionale come potrebbe sembrare anche se, per l’arte classica, ha consentito di ottenere successi notevoli.

Con l’arte moderna non è più possibile l’analisi di simbolismi direttamente collegabili alla forma che, in questo modo, diviene l’unica struttura analizzabile con tutte le riserve del caso. Significati e simboli non sono più parte integrante dell’opera ma vengono derivati dall’interazione tra la forma rappresentata e la cultura, l’esperienza, la fantasia del fruitore che interpreta e ricostruisce l’opera seguendo un sua personale chiave di lettura.

Nel campo della fotografia, e di tutte le forme espressive che di fotografia si avvalgono, la critica ha tentato di utilizzare tecniche ed esperienze analitiche dell’arte figurativa, classica per di più, senza avvedersi che per la fotografia il discorso è completamente rovesciato.

        

In fotografia l’impianto formale dell’immagine  costituisce soltanto lo "specchietto per le allodole" che ha lo scopo di attirare l’attenzione su un determinato argomento e di renderlo gradevole, o almeno capace di generare interesse per la novità del contenuto, mentre assumono importanza prevalente i rapporti simbolici che derivano non più dalla sola forma o dal significato dei singoli oggetti ma dai rapporti e dalle relazioni tra i diversi soggetti rappresentati.

E’ importante però cercare di capire come opera in generale l’immagine nella comunicazione ed in particolare come possano operare la fotografia e tutte le sue derivazioni, oggi partners paritari col linguaggio parlato e scritto come veicolo dell’informazione.

Una distinzione importante va fatta tra l’immagine costruita, dal disegno alla grafica, dalla pittura al mosaico, dalla scultura all’architettura, e la fotografia con cinema e televisione, vale a dire l’immagine autogenerata dalla luce e semplicemente registrata con qualunque mezzo tecnologico. Una caratteristica accomuna entrambi i generi ed è che nessuna delle due, non ostante l’apparenza, può trasmettere direttamente informazione.

L’informazione richiede di essere diffusa in modo sequenziale per essere recepita per "quanti" (o elementi discreti) ciascuno dei quali deve essere elaborato singolarmente dalla mente del fruitore per essere accostato e confrontato con frammenti di memoria giudicati congruenti ed assimilabili. Questa modalità di diffusione dell’informazione corrisponde esattamente alle modalità di percezione dei nostri sensi, dalla vista all’olfatto ed al gusto, dall’udito al tatto, ed è ripresa nella stessa forma dal linguaggio parlato o scritto. 

 

Per comprendere in quale modo l’immagine generica o la fotografia possono agire nella comunicazione non possiamo non tener conto delle modalità di percezione dell’immagine da parte dell’occhio e delle successiva elaborazione del sistema nervoso.

La nostra vista, analogamente agli altri sensi, recepisce l’informazione ambientale esclusivamente per elementi discreti esaminando in successione i particolari di una scena che la mente si incarica di assemblare in una ideale immagine globale.

 

L’occhio infatti percepisce nitidamente l’immagine soltanto nell’area della fovea (che ha un diametro di meno di mezzo millimetro ed un angolo di campo inferiore al grado) mentre il resto della retina fornisce un’immagine meno precisa, che degrada ulteriormente verso i bordi, in un angolo di campo totale prossimo a 200 gradi; deve quindi esplorare i singoli particolari del soggetto con una serie di movimenti saccadici  di 20-50 millisecondi ad una velocità di 700-800 gradi al secondo seguiti da periodi di fissazione della durata di circa 200-250 millisecondi. I particolari che per qualsiasi ragione non si possono osservare in dettaglio vengono integrati con frammenti di immagini precedentemente memorizzate.

 

L’immagine che segue evidenzia i punti di fissazione esplorati dai movimenti saccadici nell’osservazione di un quadro.

L’immagine, in contrasto con le modalità ottimali di comunicazione, propone un pacchetto di informazioni che per essere accettato deve venire frammentato per essere recepito dal nostro sistema sensoriale con le modalità sequenziali che gli sono proprie.

 

Le caratteristiche percettive del nostro sistema visivo motivano la frammentazione che deve essere operata nell’osservazione dell’immagine ed il successivo confronto che la nostra mente deve poter operare tra i singoli particolari osservati con quelli analoghi o paragonabili in memoria. L’operazione di frammentazione richiede però che l’osservatore sia già in possesso almeno di una informazione parziale sul contenuto dell’immagine che gli consenta di separare soggetti ed oggetti dallo sfondo e successivamente i singoli soggetti. Se per qualche ragione questa operazione non può essere fatta perché non vi sono particolari o notizie riconoscibili in memoria, l’immagine risulta illeggibile.

 

Nell’immagine costruita gli elementi figurali assumono la funzione di simboli attraverso la sublimazione della raffigurazione che può privarli in parte del loro carattere per tendere ad attribuirgli un valore più universale, mentre la fotografia, al contrario dell’immagine costruita che nasce dall’invenzione dell’autore,  congela un istante della realtà che proprio in virtù della sua natura viene considerato veicolo di informazione di valore assoluto.

 

Questa valutazione dell’immagine fotografica, ancorché apparentemente supportata dal successo incontrastato ed indiscutibile della fotografia, non consente in alcun modo di comprenderne la natura e la funzione che, come vedremo, è totalmente diversa e molto più importante della pedissequa trasmissione di informazioni.

 

Appunto perché si tratta di un brevissimo istante di una realtà in dinamico divenire, l’informazione contenuta nella fotografia sarebbe assolutamente insufficiente a consentirne la ricostruzione; si aggiunga che nessun evento reale può essere compreso senza essere localizzato nel tempo e nello spazio che gli sono propri. Nemmeno il più semplice oggetto può essere pienamente compreso se non è possibile collocarlo idealmente nell'ambiente d'origine e/o collegarlo alla sua funzione.

 

  

Ma se l’informazione che la fotografia trasmette è troppo parziale per descrivere un evento da cosa deriva il suo successo ? Il paradigma "la fotografia vale più di 1000 parole" sarebbe allora soltanto un luogo comune privo di significato ?

 

Abbiamo visto che l’informazione viene acquisita in sequenza e fluisce alla nostra mente in modo continuo dalle fonti più diverse dove viene registrata in memoria; per poter riconoscere all’interno di una immagine soggetti e particolari è indispensabile che l’informazione, anche se parziale o derivata per associazione, sia già disponibile. Potrebbe allora sembrare che la fotografia sia una pressoché inutile ripetizione di quanto è già conosciuto ma è proprio a questo punto che l’immagine può intervenire esercitando una insostituibile funzione di supporto all’informazione.

 

Se consideriamo l'informazione relativa ad un evento, che è stata acquisita nei tempi e nei modi più disparati, constatiamo che trovandosi in memoria in forma frammentata, dispersa tra molte altre informazioni assimilabili, ne rende difficile la ricostruzione e la comprensione. La fotografia dell’evento, che con un semplice titolo od una breve didascalia può essere collegata nel tempo e nello spazio all’informazione in memoria, consente con immediatezza, ed in modo automatico, l’accurata ricostruzione del fatto, sollevando l’intelligenza da un compito oneroso e difficile.

  

Per comprendere la connessione necessaria tra l'immagine ed ogni altra fonte di informazione, le fotografie che seguono riportano, come esempio, immagini e reperti provenienti da Hiroshima: il centro città e l’area commerciale, la divisa di un militare caduto a circa 2 Km. dal centro dell’esplosione atomica, l’orologio fermo all’ora dello scoppio ritrovato tra le macerie di una casa, la giacchetta di uno studente scomparso. Il loro significato sarebbe assolutamente illeggibile se, oltre le sintetiche didascalie che servono solo come collegamento, non avessimo già tutte le notizie che ci consentono di interpretarle ma la conoscenza dell’evento diventa completa coscienza soltanto a contatto con la raffigurazione che permette di comprenderne compiutamente, e con immediatezza, natura e dimensione.

 

 

   

L’immagine fotografica, come più in generale qualunque genere di raffigurazione,  può essere assimilata ad un programma informatico che elabora autonomamente,ed automaticamente, i dati di cui il fruitore dispone, selezionando ed accostando quelli attinenti e consentendo di trarne tutte le informazioni latenti sia dirette che derivate dalle loro relazioni.

 

Questa modalità operativa costituisce il reale, insostituibile, contributo dell’immagine alla comunicazione.

 

Possiamo anche sciogliere il dubbio che la fotografia, o in generale qualunque tipo di immagine, non abbia la valenza di un discorso articolato che ora appare superato dalla constatazione che le parole attribuite alla figura sono già nella mente dell'osservatore e richiedono solo di essere selezionate ed ordinate. E questa è proprio l’operazione che compie l’immagine aiutando l’intelligenza nell’elaborazione dei dati di cui dispone.

 

Il pensiero che ne scaturisce però risulta diverso per ciascuno di noi anche se, nella maggior parte dei casi, la diversità è più quantitativa che qualitativa. E’ però possibile comprendere l’origine di deduzioni completamente divergenti su substrati intellettuali troppo difformi.

LA PERCEZIONE DELL’IMMAGINE

Le modalità colle quali l’immagine viene percepita non sono così intuitive come potrebbero sembrare e l’interazione tra la figura osservata e la nostra mente risulta fortemente condizionata da una serie di circostanze che predispongono o meno al suo utilizzo ottimale. La distinzione cui abbiamo fatto cenno in precedenza tra l’immagine costruita (disegno,  grafica, pittura, mosaico, scultura o architettura) e la fotografia, vale a dire l’immagine autogenerata dalla luce, è la prima circostanza che ne condiziona la percezione.

Nella immagine costruita si dà per scontato che l’autore abbia ordinato le figure che la compongono secondo due possibili criteri convergenti: disporle in uno schema ordinato ed equilibrato, assegnare alle singole figure caratteri che esaltano od attenuano i loro rapporti reciproci per evidenziarne determinate relazioni.

Lo schema della disposizione viene considerato ordinato ed equilibrato quando segue il criterio naturale che privilegia determinate proporzioni e si attiene a ben precise ricorsività. La natura privilegia determinate forme sviluppandosi secondo ben precise direttive. Tutti i maggiori artisti hanno cercato di individuare gli elementi cui è opportuno attenersi per ottenere l’apparente equilibrio dell’immagine identificandone le basi nella proporzione aurea del rettangolo ed in f (fi), il numero d’oro che ricorre costantemente nelle proporzioni e nella distribuzione della parti, dai fiori alle conchiglie, dalle parti del corpo umano alle figure geometriche.

 

Le figure all’interno dell’immagine, poiché si sottintende che vengano adattate per evidenziare particolari caratteri relazionali, assumono valore simbolico a supporto della supposta tesi dell’autore che attraverso l’opera si cerca di decifrare.

La percezione dell’immagine fotografica avviene invece in modo completamente diverso privilegiando la individualità della figure all’interno dell’immagine. In altre parole di ogni figura viene considerata prevalente la natura, o la personalità, ed i rapporti tra le figure assumono contorni strettamente limitati al contesto o personali. L’immagine è considerata una scena reale limitata nel tempo e nello spazio e l’equilibrio dell’insieme non dipende più soltanto dalla disposizione formale ma soprattutto dall’accordo tra le figure componenti indipendentemente dalla loro distribuzione spaziale.

Le due modalità di percezione cui abbiamo accennato delimitano però soltanto la forbice entro cui possono variare le impressioni di base dettate da una immagine. Entro questo spazio sono possibili  una pressoché infinita varietà di sfumature conseguenti alle diverse valutazioni reciproche dei particolari della raffigurazione oltre alle circostanze che precedono l'approccio all'immagine.

Ciascuno di noi, se dotato di una minima capacità di introspezione, può essere in grado di valutare la portata delle variabili mantenendo entro limiti ragionevoli il controllo delle proprie interpretazioni.

L’IMMAGINE E L’ARTE

Una domanda che ci si pone spesso di fronte ad una immagine o genericamente ad un’opera, è in quale momento ed in che modo essa diventi arte.

 

Per rispondere alla domanda occorre in primo luogo definire il concetto di arte, il che, a giudicare da tutti i tentativi che sono stati fatti fino ad oggi, è tuttaltro che facile, ma per quanto si riferisce all’immagine è possibile identificare alcuni punti fondamentali che non possono mancare nell’impianto artistico figurativo.

 

Il primo punto riguarda l’origine dell’opera che deve essere il frutto di un processo creativo, il che significa che la forma trasposta non può riproporre i modello originario, reale o immaginario, ma deve trasfigurare la forma perché assuma i contorni di un simbolo generalizzato di valore universale perdendo almeno parte della sua limitata identità.

 

Un altro punto a favore del valore artistico di un’opera riguarda la coerenza dell’invenzione; elementi contrastanti sono possibili solo se trovano una conferma significativa negli altri elementi dell’immagine e se possono far derivare un loro valore simbolico.

 

Anche l’accuratezza della costruzione gioca a favore del valore artistico di un’opera; è importante soprattutto per le opere più antiche perché è l’unico elemento testimone della sensibilità dell’autore in mancanza di un aggancio per comprendere i valori simbolici lontani dal nostro costume. Qualche volta questa qualità può venire sottovalutata scambiandola per semplice abilità artigianale. Una valutazione più attenta rivela la straordinaria capacità di valutare i rapporti formali che soltanto uno spirito superiore è in grado di cogliere e riprodurre.

   

Dopo quanto si è detto si può essere tentati di concludere che la fotografia non può essere arte. In essa, almeno per la fotografia tradizionale, non c’è la creazione propria dell'Arte perché creazione significa avere il controllo totale del soggetto e la possibilità di plasmarlo secondo le proprie esigenze.

 

Nella natura morta (still life) il dominio completo del soggetto è possibile ma in questo caso più che la fotografia che lo documenta è l’elaborazione del soggetto che può fargli assumere la connotazione di arte. Oltre lo “still life”, possono più facilmente divenire arte la fotografia astratta o la fotografia costruita nei teatri di posa realizzata attraverso una moltitudine di successivi tentativi nell’intento di cogliere la disposizione più coerente tra i particolari in movimento reciproco come nell’immagine cinematografica o nelle immagini pubblicitarie. Ma anche le fotografie che riescono a cogliere eventi emblematici, o più semplicemente istanti significativi della condizione umana, possono acquisire una valenza artistica sia direttamente che in combinazione con il valore storico maturato nel tempo.

 

Anche la "composizione", concettualmente trafugata dall’arte figurativa, che può essere considerata la favola che si racconta ai neofiti per insegnar loro l’attenzione ai rapporti formali dei particolari dell’immagine per comprenderne le interazioni non è praticamente realizzabile senza alterare e snaturare inaccettabilmente il soggetto.

 

Su questo punto sono però opportune alcune precisazioni.

 

Il termine “composizione” riferito alla fotografia è improprio perché per eseguire una composizione occorre avere il controllo di tutti gli elementi che si dovrebbero ordinare all’interno dell’immagine, controllo che è assolutamente fuori della portata dell’autore.

 

Ma il fotografo dispone di un’altra possibilità per realizzare una “pseudo composizione” potendo selezionare l’inquadratura in modo da includere solo gli elementi formali che meglio si accordano e che risultino “naturalmente” ordinati.

 

Questa regola può considerarsi valida per i soggetti inanimati ma non è applicabile ai soggetti animati per i quali, oltre alla selezione dell’inquadratura per escludere eventuali elementi estranei, occorre curare la ripresa dell’immagine nel momento in cui le figure in movimento, con tutti i loro particolari, risultano disposte nel modo migliore per evidenziare i loro rapporti e non secondo la disposizione che privilegia l’ordinamento formale.

 

L’inquadratura in tutti i casi può essere selezionata al momento dello scatto, come molti grandi fotografi sostengono, spesso a torto per una forma di snobismo, oppure corretta al momento della riproduzione  in modo  più meditato e razionale.

 

Ma la fotografia può divenire arte anche attraverso altri percorsi oltre a quelli già citati.

Quando non è possibile il controllo creativo del soggetto il processo inventivo può essere applicato direttamente all’immagine adattandola all’esigenza o attraverso una qualche forma di elaborazione o mediante l’accostamento di figurazioni diverse che suggeriscano nell’insieme rapporti ideali non riscontrati ma riscontrabili nella realtà o nell’utopia.

 

Nelle rassegne si evidenzia la potenzialità dell’affiancamento di immagini diverse ed è possibile constatare l’incremento di significati che derivano dal confronto tra figure diverse collocate in contesti diversi.

 

Oppure, ed è il caso più frequente nell’opera dei grandi fotografi, occorre riprendere gli eventi nell’istante in cui gli elementi che li determinano, nel corso del loro dinamico divenire, raggiungono naturalmente la disposizione ottimale per rappresentare simbolicamente l’evoluzione di eventi consimili.

E’ però necessaria una dote che solo i fotografi migliori posseggono: la conoscenza, o l’intuito, degli eventi che si vogliono riprendere e del loro evolvere in modo da prevedere il momento in cui si verificherà l’accordo ottimale tra le figure agenti. Se l’accordo figurale viene visto solo nel momento in cui si verifica è già troppo tardi per riprenderlo nel suo acme. Quando non è possibile l’intuizione o la previsione dell’istante più rappresentativo dei rapporti formali e dei loro significati si può tentare di coglierlo con una serie di riprese in successione come avviene appunto nei teatri di posa.  

     

Abbiamo, tra l’altro, anche avuto modo di apprezzare impianti artistici fotografici ad opera di autori che non hanno mai scattato una fotografia ma che riescono ad utilizzare egregiamente l’opera di altri autori, per di più valorizzandola.

 

Si aggiunga che gli strumenti, i mezzi ed i materiali utilizzati in fotografia possono essere utilizzati in modo non convenzionale per creare opere originali che del mezzo espressivo d’origine conservano soltanto caratteristiche parziali. (vedi, ad esempio, le opere di Man Ray, Andy Warhol, Laszlo Moholy Nagy, di altri autori della BAUHAUS e della moltitudine di artisti che impiegano nei loro lavori tecniche fotografiche.)

 

E' però vano cercare prioristicamente una risposta di validità universale sul valore artistico di un’opera figurativa, valore che viene sempre acquisito a contatto con la personalità del fruitore, come è stato ricordato a proposito dell’arte moderna, per le particolari modalità comunicative dell’immagine.

 

La valenza artistica attribuita in questo modo viene poi potenziata dalla molteplicità e dalla continuità delle conferme maturate nel tempo a livello individuale e supportate, oltre che da particolare sensibilità e cultura, anche da mode e costumi.

 

Aldo PIANA   -   Corso Monte Grappa n. 13   -    10146  TORINO  (Italy)

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